Un contabile alla guerra. Note e avvertenze

Note e avvertenze





1. Le carte di Ottone. La documentazione superstite relativa agli anni della Grande Guerra e del primo dopoguerra consiste essenzialmente nella corrispondenza tra Ottone e Sandra (a cui si aggiungono missive di diversi corrispondenti, parenti e amici) e in una raccolta di fotografie, prevalentemente di soggetto bellico, forte di una settantina di immagini. Su questo materiale Ottone è tornato più volte sia per ordinarlo sia per utilizzarlo in diversi modi. In vecchiaia, e cioè negli anni Sessanta, lo ha certamente consultato per la rievocazione pittorica e poetica delle sue esperienze di guerra e forse per qualche pratica burocratica. È probabile che a questa stessa epoca risalgano le memorie sulla ritirata dalla Bainsizza già ricordate, un appunto di mano di Ottone con una sommaria ricostruzione della sua carriera militare (spostamenti, avanzamenti, assegnazione a reparti, ecc.) e le brevi annotazioni – una data, un luogo, un reparto – che compaiono sui margini di molte lettere a precisarne le circostanze di stesura. Buona parte delle fotografie sono state sistemate sul finire degli anni Trenta nell’album di famiglia sul quale, a più riprese, Ottone ha annotato date e nomi di persone e luoghi. Tutto il materiale iconografico (foto, disegni, cartoline ecc.) è qui raccolto nell'Album di guerra a cui rimando, quando è il caso, con una [A].
La parte dell’epistolario utilizzata per questo volume è quella che va dal 20 luglio 1915 (la partenza di Ottone per il fronte) al 14 ottobre 1918 (la sua prima licenza dopo la fine della guerra). Essa consta di 460 pezzi tra lettere, cartoline, telegrammi. [1] Del carteggio tra Ottone e Sandra dal luglio al novembre del 1915 è sopravvissuto quasi tutto: 86 tra lettere (19 di Ottone, 27 di Sandra) e cartoline (27 di Ottone, 13 di Sandra) a cui si aggiunge una lettera di Antonia a Ottone recuperata tra le carte di un mio zio. Le perdite accertate si limitano a una cartolina di Sandra dell’agosto e un’altra del novembre (Ottone ne parla rispettivamente il 28 agosto e il 16 novembre) e al primo foglio della lettera di Ottone del 12 (o 13) settembre (n. 26). Mancano – e ne ho spiegato le ragioni – tutte le lettere che Sandra e Ottone si sono scambiati dal dicembre 1915 al giugno 1916. Per il periodo della rottura tra i due, dal giugno 1916 al 6 aprile 1917, esistono 23 tra lettere e cartoline.[2] Per quello che va dalla ripresa delle relazioni epistolari dirette tra Ottone e Sandra alla ritirata di Caporetto (18 aprile - 2 novembre 1917) le missive conservate sono 140 [3] fra le quali, per quanto ne so, tutte quelle di Ottone a Sandra salvo una, del 21 maggio 1917, che conteneva “parole forse un po’ forti” (come il 24 scriveva Ottone) e che manca. Tra il novembre del 1917 e la fine della guerra lettere e cartoline superstiti sono 210.[4] Pare che tra il 23 dicembre e il 18 gennaio Ottone non abbia mai scritto a Sandra (che se ne lamentava) in parte perché, trovandosi a Piacenza, aveva l’opportunità di telefonare frequentemente a Roma, in parte perché, oppresso dalle preoccupazioni e dal lavoro, era in preda a un invincibile “torpore”.[5] Per il 1918 mancano del tutto missive di Sandra e non so come siano andate perdute.
Per gli ultimi mesi passati da Ottone sotto le armi, dal dicembre del 1918 al luglio del 1919, e per il periodo compreso tra il ritorno di Ottone alla vita civile e il matrimonio (nel settembre del 1921) sono rimaste quasi soltanto lettere (o, più raramente, cartoline) di Ottone.[6] Della parte dell’epistolario che esce dai limiti cronologici stabiliti per questo volume, ho utilizzato soltanto, in nota al n. 184, la lettera di Ottone a Sandra del 9 novembre 1919 che rievoca un momento della vita di guerra sul fronte delle Giudicarie.
Ho detto che quello di Ottone con Sandra è un epistolario a cadenza quasi giornaliera. In effetti le missive inviate da Ottone a Sandra sono almeno 327 distribuite in un arco di tempo, che, tolti i 36-38 giorni delle due licenze del 1918, non conta complessivamente più di 665 giorni: una missiva ogni due giorni. La frequenza effettiva aumenterebbe sensibilmente se si escludessero i periodi di malattia, di “torpore”, di malumore durante i quali Ottone rallentava i ritmi di scrittura o preferiva non scrivere affatto (ad esempio tra l’ottobre e il novembre del 1915, tra il dicembre del 1917 e il gennaio del 1918 – forse il momento di crisi più grave –, nel maggio e tra il settembre e l’ottobre del 1918, quando si ammalò di spagnola, ecc.).
Per le missive di Sandra una documentazione completa e diretta c’è solo per i primi quattro mesi di corrispondenza: 27 lettere e 13 cartoline (più due andate perdute) su un arco di 121 giorni. Occorre però ricordare che le lettere di Sandra di questo periodo sono del genere “letteroni” e cioè assai lunghe, scritte a più riprese nel corso di vari giorni e in forma di diario: all’inizio Sandra si riprometteva di scriverne una sola alla settimana, da corredare con qualche cartolina, ma presto dovette aumentare il ritmo di scrittura sino a raddoppiarlo[7].

  2. I tempi della Posta Militare. L’efficienza dell’antico servizio postale italiano è risaputa: in tempo di pace la corrispondenza viaggiava con una velocità oggi impensabile. Sebbene la guerra avesse improvvisamente fatto crescere il carico di lavoro a livelli mai raggiunti prima, il traffico si svolgeva – anche nel difficile ambiente del fronte – con relativa regolarità e con tempi di percorrenza decisamente inferiori a quelli a cui oggi siamo assuefatti.[8] “Ci dicono – scriveva Sandra il 9 agosto 1915 – che perché giunga a destinazione la ns. corrispondenza occorrano sei giorni, mentre le vostre carissime ne impiegano tre o quattro al massimo”. Quindici giorni più tardi sembrava che i tre-quattro giorni non fossero poi frequentissimi: “È stato proprio un caso, – scriveva il 27 agosto 1915 – poiché la lettera, di certo fuggita alla censura, ha impiegato solo tre giorni per arrivare a destinazione: cosa questa che non si è assolutamente mai verificata”. Ma si era ancora in fase di assestamento e solo nei mesi successivi i tempi di percorrenza si sarebbero stabilizzati.
Tutti gli elementi certi forniti dalla corrispondenza di Ottone, in primo luogo gli intervalli tra le date dei timbri postali di partenza e di arrivo, indicano tempi anche inferiori ai tre giorni (l’ufficio di arrivo è sempre quello di Roma Centro):

                Ufficio della
posta militare

     Fronte    Timbro di
  partenza
   Timbro di
  arrivo
   Giorni
        8.a Divisione     Alto Isonzo  31.10.15  3.11.15      3
        8° C.d.A.     Basso Isonzo  24.11.16  27.11.16      3
        2.a Armata     Basso Isonzo  18.2.17  21.2.17      3
        8° C.d.A.     Basso Isonzo  8.4.17  10.4.17      2
        8° C.d.A.     Basso Isonzo  9.5.17  11.5.17      2
        8° C.d.A.     Basso Isonzo  18.5.17  20.5.17      2
        8° C.d.A.     Basso Isonzo  3.6.17  6.6.17      3

Ancora più brevi erano i tempi di percorrenza quando le missive venivano spedite dalle retrovie o da località dell’interno:

                Ufficio postale

   Timbro di partenza    Timbro di arrivo    Giorni
        Mestre stazione     31.10.15    3.11.15      3
        Milano centro     24.11.16    27.11.16      3
        Udine ferrovia     18.2.17    21.2.17      3
        Parma     8.4.17    10.4.17      2

I dati sono pochi (distrutte le buste, i timbri compaiono solo sulle cartoline e quelli di arrivo sono rari) e risulterebbero scarsamente indicativi se non trovassero ampia conferma nelle osservazioni dei corrispondenti e nel confronto tra le date delle missive e quelle delle risposte: la cartolina spedita da Ottone a Cividale il 25 luglio 1915 arrivava a Sandra il 27; un’altra, dal fronte, spedita il 27 le arrivava il 30; un’altra ancora, spedita il 2 agosto, arrivava il 6; nell’ottobre del 1917, quando Ottone si trovava sulla Bainsizza, Sandra dava ricevuta il 17 di una cartolina del 14, il 23 rispondeva a una lettera del 20, ecc.
Per viaggiare da Roma al fronte le lettere impiegavano più tempo, ma non molto di più. I ritardi così spesso lamentati da Ottone, quando non erano frutto immaginario della sua impazienza (“son due anni, due giorni, forse uno anche che la posta mi lascia privo di tue nuove e non ò a chi rivolgermi per calmare la mia agitazione”[9]) sembrano imputabili più a eventi eccezionali o ai frequenti cambiamenti di posizione o di fronte (una caratteristica delle batterie d’assedio) che al disservizio postale. Qualche esempio: Ottone riceveva l’8 agosto del 1915 una cartolina scritta il 2; il 15 novembre riceveva in trincea una lettera del 9 e una cartolina dell’11; il 27 febbraio 1917 riceveva in ospedale (rispeditagli dal reparto) una cartolina datata 22. Nel maggio del 1917 Ottone si trovava con la sua batteria sull’Isonzo all’altezza del Vipacco, tra Savogna, Mainizza, Monte Fortin: il 9 riceveva una lettera di Sandra del 6, il 15 (a offensiva iniziata) una del 12, il 17 una del 13; il 13 agosto dello stesso anno, in traino sulla Bainsizza, era raggiunto da tre lettere contemporaneamente, datate 7, 8 e 9. Come si vede, i sei giorni indicati da Sandra sembrano un massimo: di norma occorreva un tempo inferiore.

  3. Dalla Bainsizza a Caporetto. È il titolo del breve scritto in cui Ottone negli ultimi anni Sessanta ha raccolto alcuni ricordi di guerra che risalivano ai giorni del 1917 tra il trionfo della Bainsizza e la rotta di Caporetto. Si tratta di una stesura ancora piuttosto scorretta (particolari assai facili da controllare sono evocati con grossolana approssimazione) di un racconto che, non so esattamente perché, si interrompe nel bel mezzo della vicenda – e cioè al terzo giorno della ritirata, il 29 di ottobre – e non fa alcun cenno degli episodi crudeli – le fucilazioni, ad esempio – di cui pure Ottone conservava nettissimo il ricordo. L’interruzione è del tutto intenzionale, tanto che lo scritto si chiude con la firma di Ottone. Del resto cinquant’anni prima, nei giorni immediatamente successivi all’evento, narrando a Sandra le sue peripezie aveva fatto esattamente lo stesso: “Non posso e non voglio entrare in particolari sul resto della ritirata” – aveva scritto.[10]
Il racconto inizia con un cenno – per la verità piuttosto sbrigativo – alla battaglia della Bainsizza, nel corso della quale gran parte del personale della 740a Batteria era stato addetto al servizio di due batterie armate con materiale catturato al nemico.[11]

Intanto la vecchia batteria dei nostri obici si era addormentata nella pacifica attività dei servizi ausiliari. Calzolai, artificieri, conducenti, cucinieri avevano invase le piazzuole e le vecchie baracche. Il tempo passò quasi sonnolento in quell’arretrato punto strategico e... Dio avesse voluto che continuasse a lungo così! Un brutto giorno giunse inaspettatamente l’ordine telefonico di revisionare i pezzi e metterli in piena efficienza. Non credevamo a noi stessi e volemmo supporre in un primo tempo si trattasse di un’esercitazione, ma ben presto ci furono trasmessi i dati di tiro e l’ordine di aprire il fuoco! Calzolai, mulattieri, artificieri, tutti i disponibili insomma, abbandonarono immediatamente le occupazioni normali e, con servizio ridotto ai pezzi, si riprese l’attività di battaglia. Nelle voci più disparate correva intanto, insistente, il nome di Caporetto. Sospettammo qualche cosa di brutto e la conferma, anche questa volta, l’avemmo dai dati di tiro che continuamente accorciavano la gittata dei proietti.

Il 26 ottobre, in assenza degli ufficiali – il capitano C. e un tenente – entrambi chiamati ad altri incarichi, la batteria restò affidata a Ottone, che, come sergente, era il più alto in grado.

La stessa sera i comandanti delle tre batterie affiancate, il capitano Girolamo Pittaluga, un altro capitano di cui mi sfugge il nome ed io, ci riunimmo per concordare la condotta per il caso di un’eventuale invasione delle nostre posizioni. Da quel momento una calma decisa e quasi riposante mi invase, come mai avevo provato prima, dall’inizio della guerra. Ordinai per prima cosa di far ripulire e trasportare in batteria i nostri vecchi fucili (modello 1870 modificati 1887) per essere pronti a qualsiasi evento. I miei soldati naturalmente non sapevano dell’eventualità tanto prossima e tutta la notte fecero veri prodigi per mantenere, in così pochi e maldestri, un fuoco incessante. Ricordo con commozione un povero cavallo (capitato chissà come in batteria) che, digiuno da molte ore, dovevamo caricare di due proiettili ogni volta da trasportare incessantemente dal deposito in batteria. Barcollava, povera bestia, che pareva reggersi per miracolo o forse per una cosciente volontà di resistere a tutti i costi.
Quella notte era serena, con una luna placida che ispirava poesia e pensieri di pace.[12] Mi rivedo seduto in terra con le spalle appoggiate ad una baracchetta, di fronte ai pezzi: contemplavo questa infinita serenità mentre attendevo nuovi dati di tiro da trasmettere. Appena la salve di batteria era partita e il suo fragoroso eco spento, il silenzio e la tranquillità tornavano profonde e ristoratrici come per incanto. E fu in una di queste pause – lo ricordo chiaramente – che un sibilo leggero si fece udire vicino, passando alto sopra il mio capo. Commentai fra me: i primi proiettili di fucile giungono in batteria – Sono vicini. I cucinieri ebbero l’ordine di distribuire il rancio in anticipo. Ma, alle sei del mattino e col peso della responsabilità per i prossimi avvenimenti, francamente non mi sentii disposto di immagazzinare cibo, anche se digiuno già da molte ore.
Di lì a poco sopra gli spalti della nostra batteria passò una compagnia di mitraglieri che si ritiravano. Dall’ufficiale che li comandava sapemmo che il tiro dei nostri unici pezzi aveva arrestato gli austriaci per tutta la giornata. Esso ci avvertì inoltre che da quel momento non avevamo più truppa di copertura verso il nemico. La notizia non era consolante, tanto più che i nostri tiri si erano così ravvicinati che un ulteriore accorciamento sarebbe stato impossibile. Infatti non tardò molto a venire l’ordine di ritirarci. Per la verità l’ordine venne impartito a noi un po’ bruscamente, a distanza, col grido “togliete gli otturatori!” Quel grido fu proprio inopportuno e somigliava molto al classico “si salvi chi può!” Fra i serventi ai pezzi si generò un certo fermento e un accenno di fuga: non mi costò poca fatica riportarli alla calma.
Poi sorsero altre contrarietà: gli otturatori dilatati dal troppo calore del fuoco continuato non volevano saperla di staccarsi dai supporti; i serventi erano pochi e inafferrabili – il peso degli otturatori eccessivo e le manovelle per il trasporto introvabili; gli strumenti di puntamento anch’essi introvabili ci fecero perdere altro tempo. Ma finalmente, come Dio volle, e malgrado qualche altra avversità, si riuscì ad inquadrarci e iniziammo la discesa sulla strada militare. La marcia non era proprio del tipo di parata, specialmente per il chiacchierio emozionato che tutti facevano; ma uno strillo improvviso di un colonnello di fanteria, che impose il silenzio, rese tutti all’istante muti e fermi come morti. Credo vi contribuisse non poco la prospettiva accennata di farci restare in compagnia dei fanti, che si trovavano già schierati dietro le nostre batterie.
Questi, in attesa dell’attacco, approfittavano della pausa per aprire con le baionette le scatolette di carne che spargevano entro grosse pagnotte, senza per altro turbare l’allineamento perfetto, né abbandonare il fucile. L’esempio della serenità dei nostri fanti, son certo, fu più efficace d’ogni comando per riportare la tranquillità nel nostro reparto. La discesa dal monte fu, da quel momento, silenziosissima e ordinata, ma greve come il tempo che incombeva [...]: grigio, piovigginoso con aria immota, in un paesaggio squallido, morto. Completava la scena sinistra una lama di fumo nero densissimo, quasi immobile, che da fondo valle si alzava al cielo forando le nuvole. Era il primo incendio della ritirata.
Passammo l’Isonzo che annottava arrampicandoci su ad una borgatella della sponda opposta, con durissima fatica. Cercammo allora, se possibile, un luogo asciutto per riposare qualche ora e ci sembrò miracolo, dopo tanto cercare, trovare una lunga stalla con della paglia che, proprio in quel momento veniva sgombrata da altra truppa. Ci gettammo come morti a quel conforto insperato, ma fu per poco perché la notizia che aveva cacciato i primi occupanti doveva cacciare anche noi. Gli Austriaci stavano arrivando.
[...] Era notte nera e pioveva lievemente, ma ci si vedeva da presso per una certa luce rossa diffusa che le nuvole basse riflettevano per gli innumerevoli incendi dilaganti tutto intorno: dai monti alle pianure fino agli estremi limiti dell’orizzonte. Sembrava che la terra ora fosse stellata da miriadi di fuochi. Il silenzio era profondo e in quest’atmosfera di rossi vapori e di ombre impenetrabili si muovevano, senza rumore, fantasmi di fanti dalle grosse gobbe ammantellate, muli dalle teste cadenti e un confuso, quieto andare di mille e mille ombre che davano all’occhio l’impressione di lingue di fuoco serpeggianti.
Passò la notte, passammo noi, spesso rianimati dal calore di un incendio vicino, passò l’alba inavvertita, finché ci trovammo presso Cormons, dentro un cascinale, finalmente all’asciutto e, quel che più contava, padroni di quanto più ci urgeva. Avevamo scoperto due cassapanche di biancheria nuova, certamente un corredo da sposa. Ma non potemmo soffermarci in tenere considerazioni, ché una legione di importune bestiole solleticavano la nostra decisione più urgente (del resto perfettamente regolamentare).

Dopo una notte di buon sonno – “la più riposata che potessi ricordare da anni” – il reparto, che nel frattempo era stato raggiunto dal capitano C., si rimise precipitosamente in marcia alla notizia che a un vicino deposito di munizioni era stato appiccato il fuoco.

Avevamo però percorso sì e no un quattrocento metri, e ci trovavamo all’imbocco di un alto ponte in cemento, quando all’improvviso un boato pauroso e una serie di esplosioni a catena alzò al cielo una densa cortina di fumo nero, che oscurò all’istante la luce del debole sole. In quel fragore infernale, incessante, era impossibile udire qualunque altro suono e proiettili d’ogni calibro venivano lanciati in aria assieme a schegge sibilanti. In meno di un istante la nostra compagnia e tutta la truppa sulla strada scomparve per incanto, non si sa bene dove né come. Io con molti altri mi buttai a capofitto sulla scarpata del ponte per ripararmi alla meglio dietro le sue spallette. La scarpata, ripidissima, era sistemata, vicino al ponte, con una cunetta di cemento terminante in un salto di circa una diecina di metri sul fiume gonfio. Scivolai per un po’ su questa cunetta e fu una fortuna che mi arrestassi prima del salto. Ma i guai non erano ancora terminati; sia per la violenza sempre crescente delle esplosioni (certamente le bombarde di grosso calibro erano entrate in... fusione) sia perché nel rimettermi in sesto – con i piedi in basso – mi accorsi che questi poggiavano ora su di un mucchietto di cilindretti di gelatina esplosiva, evidentemente messi lì per far saltare il ponte. Constatai con tutta certezza che la posizione mia e di quella diecina di corpi che mi attorniavano non era davvero delle più invidiabili: e il pensiero primo fu di abbandonare la posizione al più presto.
Mi trascinai quindi con fatica a livello di strada per dare uno sguardo e giudicare se fosse possibile tentare una fuga. La strada che correva lungo l’argine – l’unica percorribile – sembrava ribollisse, tante erano le scheggie che la percuotevano sollevando sbuffi di terra e polvere. Ma era pur indispensabile azzardare il tutto per tutto e affrontare l’inferno. [...] Mi avvolsi il capo con la mantellina (unico prezioso indumento rimastomi), mi segnai rapidamente e via di scatto tra il fumo e lo stordimento a corsa pazza. Quando potei gettarmi a terra in un passaggio laterale della strada, ad angolo morto, io ero certo più morto dell’angolo. [...] Dopo non so quanto tempo potei constatare d’essere ancora vivo. Ripresi a pensare e volli prepararmi a riprendere la marcia da solo. Mi riassettai e volli anche distendere sulle spalle la provvidenziale mantellina, ma... ahi sconforto! era soltanto un paio di pantaloni, nuovi di fabbrica. Quel salto dietro il ponte che confusione aveva provocato!

Qui il racconto finisce. Pressoché identica è la sequenza della lunga poesia (una settantina di versi) che Ottone dedicò alle vicende di quei giorni, dall’iniziale attesa del nemico:

Serena luce la luna effonde
   Né alito di vento
   Turba l’inconsueta pace [...].

D’un tratto un sibilo
   Sensibile appena lacera il silenzio
   E si tuffa accanto.
   La realtà sussulta al lieve sospiro
   E subito è desta...

allo scoppio della polveriera:

Fulminea
   Nera cortina di fumo e vampe
   Tra schianti e rombi esplode immensa
   Arrossa il cielo e la terra oscura...

È possibile che il racconto costituisse una sorta di canovaccio per la stesura della poesia e, insieme, per la rievocazione pittorica dell’evento che aveva in mente. [A] Che la narrazione sia di proposito limitata ai primi tre giorni della ritirata potrebbe spiegarsi anche con la ricchezza in quella fase di forti suggestioni visive (si veda nella lettera del 3 novembre 1918, di fronte all’analogo spettacolo del crollo del fronte austriaco, il riemergere delle stesse emozioni) e di stati d’animo “lirici”, laddove nei giorni seguenti furono piuttosto l’orrore e l’umiliazione a prevalere.
Ho parlato di rievocazione pittorica: come altri momenti della sua vita di guerra, anche l’episodio dell’esplosione della polveriera è stato ricostruito da Ottone in forma di ex-voto. Un secondo ex-voto, forse il più suggestivo dei quattro da lui complessivamente dedicati a episodi della Grande Guerra, riproduce l’immagine che è al centro della poesia, quella dello scorrere silenzioso della colonna dei fuggiaschi nella notte arrossata dagli incendi:

Nuvole rosse nell’oscurità
   Infiammano il cielo dagli orizzonti
   E nei bagliori d’inferno
   Sterminate ombre agitate
   Sul velario di fuoco guizzano
   Senza sussurro
   Sotto la sferza della pioggia fredda.
[...]
Vaga così tra fuochi d’incendio
   Che la via costella
   La fiumana senza meta
   Fino a fermare per stanchezza e fame
   Dove in agguato maggiore è il rischio.

4. Criteri di pubblicazione. Nella trascrizione ho cercato di conciliare la fedeltà all’originale (che impone di sollecitare, magari un po’ fastidiosamente, l’attenzione del lettore verso particolari di non universale interesse) con la leggibilità del testo, incompatibile con la sovrabbondanza delle annotazioni. Dei testi originali ho conservato, nei limiti del possibile, la punteggiatura e la divisione in capoversi e, naturalmente, tutte le particolarità grafiche, lessicali o sintattiche che mi son parse intenzionali.[13] Ho corretto invece lapsus, errori involontari, lacune, segnalando sempre, però, i miei interventi con parentesi quadre o con apposite note.[14] Ho corretto così atura in “a[l]tura” e tuo in “tu[tt]o” (n. 32), indirizo in “indiri[z]zo” (n. 39), trada in “[s]trada” (n. 115) pensano in “pensan[d]o” (n. 155) e così via. Ho anche cambiato – ma con qualche esitazione – canato in “canaio” (n. 32). Ho conservato “inreale” (nn. 14 e 59).
Un caso che non classificherei tra i lapsus, né costituisce propriamente errore e che probabilmente non esprime neppure una consapevole scelta grafica, è quello della parola chique, che compare nella lettera del 3 settembre 1918 (n. 199). La parola, forse di origine tedesca, era ormai diffusissima in tutta Europa quando, nel 1902, era stata ufficialmente accolta dall’Académie Française nella sua forma corrente: chic. Al suo apparire, però, e cioè mezzo secolo avanti, Balzac la scriveva chique. Quello di Ottone parrebbe un curioso esempio di sopravvivenza probabilmente ancorato proprio all’autorità di Balzac e forse confortato dall’inerzia grafica di molta editoria popolare del secondo Ottocento.
Ho rinunciato a uniformare modi e forme di scrittura. Ottone scriveva di preferenza imagine, imaginare, ma usava anche immagine, immaginare; scriveva famigliare ma cancellava talvolta la g; nelle voci del verbo avere usava l’accento in luogo della h,[15] ma in una ventina di casi (quasi sempre a inizio di frase e solo nella voce ho) la h misteriosamente ricompare. Ovunque ho conservato le forme originali.
Ho già notato come nelle lettere di Ottone (ma anche in quelle di Ivo, di Sandra, di Emma) i “farfalloni” siano piuttosto rari. Accade però che talvolta essi si addensino – presumibilmente per stanchezza, paura, euforia ecc. È il caso della lettera del 22 ottobre 1915 (n. 32) dove ricorrono errori di diverso tipo (primo fra tutti l’aver sbadatamente indicato la vietatissima data topica) oppure quella del 19 agosto 1918 (n. 114), che Ottone giudicava – con severità impiegatizia – una “impasticciatura” e che in effetti presentava un’insolita abbondanza di correzioni e cancellature.
Gli errori più frequenti ricorrono nelle concordanze dei verbi; di lapsus di questo genere – limitatamente ai testi qui pubblicati – ne ho notati una decina: “si doveva terminare il montaggio di un pezzo, ma vari incidenti lo ritardò” (n. 14); “le poche parole che l’accompagnavano mi procurò il dolore della loro brevità” (n. 15); “la tenue chiarità della luna sugli alberi e sull’erbe danno al quadro tenebroso delle ombre aspetto lugubre” (n. 21); “[la mia condotta...] non poterono” (n. 33); “l’approssimarsi d’una gran gioia o d’un gran dolore danno esitazioni” (n. 35); “le attrattive che à su lei la musica m’à fatto ricordare” (n. 40); “la prova della nostra lodevole condotta la fornisce le numerose ricompense ottenute da ufficiali e graduati” (n. 155); [le fotografie...] ti raffigura nel gaio aspetto di una volta” (n. 217) ecc.
Non ritengo che incerti segnali di tensioni emotive come macchie o cancellature meritino di esser conservati: nella trascrizione non mi sono pertanto curato di segnalarli, a eccezione delle parole che, forse intenzionalmente, sotto la cancellatura si riescono a leggere. Più importante considero l’aspetto della scrittura, sia come espressione visibile di emozioni diverse – soprattutto in certi scarti improvvisi –, sia come testimonianza del susseguirsi di interruzioni e riprese nella stesura delle lettere. Per di più la calligrafia era oggetto di interesse professionale dei nostri corrispondenti – Ottone, Ivo, Sandra – che vi facevano non di rado esplicito riferimento.[16] Ho ritenuto perciò opportuno conservare sempre il carattere (tondo, corsivo, sottolineato) usato da Ottone e dare sommarie indicazioni sull’andamento della scrittura, sugli strumenti scrittori (salvo diverse indicazioni, penna e inchiostro) e sui supporti cartacei.
Quando non è altrimenti indicato, la missiva s’intende scritta su comune carta da lettere. Si tratta di norma di fogli piegati in due a formare quattro pagine che Ottone riempiva per lo più nella sequenza: 1, 3, 4, 2 (nell’ultima pagina la scrittura assume quasi sempre direzione normale alle altre). Due sono i formati principali: uno di cm 11 per 18, l’altro, più frequente, che variava tra i 13-13,3 cm di larghezza e i 17-17,5 di altezza. Delle cartoline illustrate dò gli estremi dell’illustrazione sia perché Ottone nello scrivere prendeva spunto abbastanza spesso dalle immagini riprodotte (o addirittura le manipolava sovrapponendovi parole o disegni) sia perché quelle immagini potevano contenere messaggi non meno importanti di quelli espressi per iscritto.[17] Con la dizione “cartolina militare” (presente in alcuni esemplari dei primi mesi di guerra) indico le cartoline postali in franchigia per la corrispondenza del R. Esercito.
Qualche osservazione richiedono le date delle missive di Ottone. Al fronte l’indicazione della data topica era vietata salvo nella formula Zona di Guerra, che indicava ben poco.[18] In un paio di casi, tuttavia, essa compare, per sbadataggine, nelle lettere di Ottone: in quella del 22-23 ottobre del 1915 da Foni (Caporetto) e in quella del 22 novembre dello stesso anno da Svina (sempre Caporetto). Una terza località viene indicata da Ottone – ma risulta poi cancellata – nella lettera del 21 ottobre 1918: si tratta, forse, di Thiene. In molti casi è possibile ricostruire con una certa precisione – sulla base dei diari di reparto o delle indicazioni dello stesso Ottone – la località da cui scriveva: metto in nota le indicazioni relative.
Per quanto riguarda le date croniche, occorre ricordare che la stesura delle lettere era frequentemente interrotta e ripresa nel corso di più giorni. In questi casi Ottone datava ciascuna delle successive riprese oppure correggeva la prima data segnata sovrapponendovi o affiancandovi le successive. Altre volte appare evidente che l’apposizione della data – pur collocata in testa alla prima pagina – è successiva all’inizio della lettera e contemporanea alle formule conclusive e di saluto: difficile però dire di quanto successiva.[19] In un caso Ottone volle precisare che la data segnata in testa era quella di impostazione:[20] ma si trattò di affermazione intempestiva perché anche quella volta fu costretto a interrompere la lettera e a rinviarne all’indomani la spedizione.
Nelle note che corredano le missive di Ottone ho riportato ogni informazione utile a una loro più precisa datazione e alla ricostruzione dei tempi della posta militare. Così, per ogni cartolina di Ottone – a meno che non sia stata spedita in busta – segnalo le date dei timbri di partenza (TP) e – quando ci sono – di arrivo (TA). PM sta per Ufficio Posta Militare e dal numero dell’ufficio, con l’aiuto degli elenchi pubblicati da Cadioli e Cecchi,[21] risalgo alle unità di appartenenza. Segnalo infine la data di ricezione tutte le volte che è possibile desumerla con precisione dalle risposte.




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[1] Di queste missive 344 sono di Ottone (325 a Sandra, 19 a Egle), 1 di Ottone e Emma a Sandra, 9 di Ivo (7 a Sandra, 1 ad Antonia, 1 a Pierino), 1 di Ivo e Ottone a Sandra e a Egle, 5 di Emma (4 a Sandra, 1 a Ottone), 16 di Antonia (13 a Sandra, 2 a Ottone, 1 a Sandra e Ottone), 3 di Antonia e Emma a Sandra, 79 di Sandra a Ottone, 2 di Ugo Scarponi (un amico di famiglia) di cui una a Ivo e una a Ottone.

[2] 17 di Ottone a Egle, 4 di Ivo a Sandra, una cartolina di Ottone e Ivo a Egle e Sandra, una lettera di Ivo a Antonia. Mancano le missive di Sandra a Ivo e quelle di Egle a Ottone.

[3] E cioè 115 di Ottone a Sandra, 18 di Sandra a Ottone (le altre sono state abbandonate da Ottone durante la ritirata), due di Ottone a Egle, due di Ivo a Sandra, una di Emma a Ottone, una di Emma a Sandra, una di Antonia a Sandra.

[4] 165 di Ottone a Sandra, 21 di Sandra a Ottone (tutte del ‘17), 19 di Emma e Antonia a Sandra, due di Ivo a Sandra, una di Ivo a Pierino, due di Ugo Scarponi a Ottone ed Ivo.

[5] Cfr. nn. 152 e 153.

[6] Per il primo periodo: 117 missive di Ottone a Sandra contro due sole di Sandra a Ottone, tre di Emma e una di Ivo a Sandra. Per il secondo: 120 missive di Ottone a Sandra contro 6 di corrispondenti diversi a Ottone.

[7] Cfr. n. 14 in nota.

[8] B. Cadioli, A. Cecchi, La posta militare italiana nella prima guerra mondiale, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma 1978. Il volume raccoglie una ricca serie di documenti (decreti, ordinanze, statistiche, ecc.) tra cui l’importante Relazione sul servizio della posta militare nella campagna di guerra 1915-1918, redatta dal Direttore Superiore Emanuele Franco nel marzo 1919 e gli elenchi degli uffici della posta militare contrassegnati, dall’agosto del 1917, da numeri convenzionali: a partire da quella data tali elenchi sono indispensabili per risalire dai timbri postali alle grandi unità di appartenenza.

[9] Ottone a Sandra, 21 giugno 1918, n. 188.

[10] Ottone a Sandra, 11 novembre 1917, n. 145.

[11] Cfr. le lettere di Ottone del settembre 1917.

[12] Il tempo si era mantenuto sereno e la temperatura mite sino alla sera del 27, quando il cielo si coprì preludendo alla pioggia che sarebbe caduta nella notte: Archivio dell’Ufficio Storico dell’Esercito (in seguito: AUSE), Diari Storici I.a Guerra Mondiale (in seguito: DS) 119/D. 9c, DS Comando 24° C.d’A.; id. 119/D. 20c, DS Com. Art. 24° C.d’A., alle date.

[13] Riproduco le sottolineature semplici e doppie e anche i corsivi con funzione di sottolineatura quali appaiono negli originali. Ho dovuto qualche volta attribuire a indefinibili tratti di penna il valore di virgole, punti e virgola o punti lasciandomi guidare dal contesto o - quando ci sono - da altre meno ambigue indicazioni (ad esempio l’iniziale maiuscola o minuscola della parola che segue). Nelle lettere di Ottone un tratto lungo e marcato sta spesso a indicare l’esistenza di un capoverso anche là dove, per mancanza di spazio, la scrittura continua sulla stessa riga. Qualunque sia la loro collocazione metto di norma firme e saluti sulla stessa riga.

[14] Non segnalo correzioni di minor peso come per esempio: La pace notturna qua è sempre relativa in luogo di La pace notturna quà e sempre relativa (n. 21).

[15] Solo in questi anni però: in una lettera dalla Maddalena del 26 luglio 1910, ad esempio, Ottone seguiva l’uso più comune. A partire almeno dagli anni Trenta non mi risulta che Ottone abbia più usato l’accento in luogo della h.

[16] Cfr. i nn. 19, 35, 68, ecc.

[17] Cfr. per esempio la cartolina n. 77 o quella spedita dal Lago d’Idro il 22 marzo e ricordata il 5 aprile 1918 (n. 177). Ma si pensi, più in generale, al valore simbolico di certe immagini (paesaggi, figure femminili o infantili, scene di genere) per due innamorati. Ci sono lettere di Ottone che in pratica non sono che un commento a tali immagini.

[18] La formula compare solo a partire dal dicembre del 1916. Prima di allora l’assenza della data topica era talvolta messa in risalto da Ottone con alcuni puntini.

[19] Cfr. ad esempio, le lettere del 14 agosto 1915 (n. 16), del 22 agosto 1915 (n. 18), del 7-11 dicembre 1917 (n. 150), del 23 dicembre 1917 (n. 152), ecc.

[20] Ottone a Sandra, 4 settembre 1917 (n. 119).

[21] B. Cadioli, A. Cecchi, op. cit.




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Ottone Costantini
Lettere dal fronte


Indice

Francesco Cataluccio
Prefazione

Claudio Costantini
Un contabile alla guerra

Note e avvertenze

*

Il primo fronte
1-15   16-29  30-46

Da Asiago alla Bainsizza
47-70   71-94
95-119   120-141


L'ultimo anno
142-163   164-184
185-204   205-222


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Album di guerra


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